
“Home sick”: così gli anglo-sassoni definiscono chi cade preda della nostalgia quando si trova lontano da casa. Vivere all’estero può essere difficile. Barriere linguistiche e differenze culturali sono solo alcuni dei problemi che si aggiungono a quelli quotidiani. Credo però che la distanza offra un punto di vista privilegiato sulla realtà da cui si proviene, una prospettiva diversa da cui osservare alcune peculiarità della cultura d’origine.
Da dodici anni vivo a Londra. La lontananza non m’impedisce di seguire con sentita partecipazione le convulse vicende italiane, soprattutto attraverso la Rete. Raramente guardo la televisione, ma le differenze culturali tra Italia e UK nel modo di fare informazione e intrattenimento televisivo sono talmente macroscopiche da risultare evidenti non appena accendi la tv. Vi sono però un paio di punti, a mio parere emblematici, che delineano meglio di altri le differenze formali e sostanziali del modo di fare televisione nei due paesi.
Il primo riguarda la mercificazione del corpo femminile sulle reti televisive italiane, sia pubbliche che private. L’abuso volgare e pruriginoso della sessualità, la sovraesposizione della carne per scopi commerciali, quali vendere un prodotto o aumentare lo sharing, è una peculiarità del nostro sistema televisivo. Basti dire che tutto ciò è inconcepibile oltre la Manica. I programmi d’intrattenimento generalista non ricorrono ai corpi nudi o semi-nudi di ballerine e soubrette per attrarre l’audience. Molto raramente, e senza volgarità, le pubblicità televisive utilizzano il corpo femminile, e lo fanno solo quando il tema del corpo o della sessualità sono peculiari al prodotto. Niente testimonial in bikini che mima una fellatio per pubblicizzare un cono gelato, tanto per intenderci. E questo vale per le reti pubbliche ( BBC1 e BBC2) come per i canali terrestri commerciali (Channel4, ITV e Five). Intendiamoci, nudo e scene di sesso esistono anche nei programmi inglesi, ma sono l’eccezione, non la regola. Tutto ciò non è frutto di una morale bigotta, è una semplice questione di rispetto per la dignità delle persone.
Ma quale altra cultura televisiva potrebbe esprimere una società come quella italiana, dove il priapismo senile del premier-sultano e il relativo sfruttamento (anche come “utilizzatore finale”) dell’universo femminile per scopi elettorali e commerciali sono diventati sinonimi dell’esercizio del potere, o meglio, del suo abuso?
Il secondo punto riguarda i programmi di approfondimento politico e l’informazione. Se si confrontano i dibattiti politici, anni luce dividono Italia e Gran Bretagna, soprattutto nella forma. Le maniere garbate dei politici britannici nel portare i propri argomenti e ascoltare quelli dell’avversario, senza mai degradarsi nell’attacco personale o nella baruffa da osteria, stupisce noi italiani abituati alle risse televisive nostrane. Qui le maniere sono fondamentali, anche quando si discute con durezza. Come potrebbe d'altronde rappresentare i sudditi di Sua Maestà un politico che urla, interrompe, schiamazza e insulta come un hooligan allo stadio? E come possiamo noi italiani accettare che tale comportamento sia tenuto dai nostri rappresentanti? O e’ forse che siamo diventati tutti un po’ scortesi, maleducati e incivili, tanto da sopportare una classe politica volgare, rumorosa e cafona?
I giornalisti televisivi britannici, sia sulle reti pubbliche che private, sono pungenti con il potere, mai servili, tanto meno compiacenti, ma piuttosto implacabili nel desiderio di ottenere risposte concrete durante le loro interviste, soprattutto quando il politico di turno tenta di glissare. Caustici, ruvidi fino a sembrare ostili, riserbano lo stesso trattamento a tutti gli schieramenti, senza eccezioni. A dirla in breve, non vedrete mai un conduttore di un talk-show inchinarsi davanti al premier o un direttore di una testata giornalistica televisiva ignorare notizie poco gradite alla maggioranza o piegare la verità pur di compiacere il partito di riferimento.
Non dimentichiamoci mai però che la Gran Bretagna, dove esiste un giornalismo libero, critico e impegnato, non è un paese speciale. Speciale, una sorta di anomalia, è piuttosto la nostra nazione, dove, anche secondo autorevoli think-tank quali Freedom House, la libertà d’informazione è a rischio a causa dell’eccessiva concentrazione della proprietà dei mass-media, vera spada di Damocle della nostra democrazia. E aggiungerei, anche a causa della deplorevole compiacenza e collusione di buona parte del mondo giornalistico e politico che ben poco fa perché questa tragica realtà possa cambiare.