

Tricolori dipinti su ogni palo della luce: cosi' mi accoglie North Beach. Passeggio, negozi e ristoranti italiani sfilano uno dopo l'altro lungo le vie del quartiere. Mi sento a casa. Anche il cartello verde, attaccato al palo del semaforo, e con su scritto Corso Cristoforo Colombo, contribuisce a creare un'atmosfera di familiarita'. Sulla strada sfreccia un mezzo di soccorso dei pompieri, rosso e scintillante. Sognavo di guidarne uno da bambino. Il desiderio di allora (e anche di oggi!) credo mi accomuni alla maggior parte dei bimbi di ogni tempo.


Cammino lungo il corso, tra ristoranti, bar e negozi di alimentari, alla ricerca del Caffe' Trieste. Certi quartieri sono come il cuore pulsante di una citta'. North Beach e' uno di questi. E all'interno di queste aree un po' speciali, ci sono ritrovi che ne rappresentano l'essenza, l'anima. Il Caffe' Trieste e' uno di questi. Un posto dove si incontrano residenti e turisti, scrittori e musicisti, pittori e artisti d'ogni genere. Lo trovo all'angolo di Grant e Vallejo Streets, sotto un'insegna verde e rossa. Entro, e' quasi buio dentro. Il barista prepara calmo espressi e capuccini. I clienti fanno la coda in attesa del loro turno. Alcuni appena serviti pagano e se ne vanno, altri si siedono ai tavoloni di legno, occupati per la maggior parte da libri e riviste.

Al mio turno, ordino un espresso ed una fetta di torta. Pago e mi dirigo a un tavolo libero sul fondo del locale. Passo a fianco di un bellisimo juke-box, non sfigurerebbe in una mostra di modernariato; suona standard jazz. Mi siedo, assaporo l'espresso. Buono. La torta alle noci non e' da meno. Osservo le persone ai tavoli. Per lo piu' da soli, giovani o di mezza eta', leggono, scrivono, si rilassano. Alcuni digitano sui loro portatili. Il Caffe' Trieste, nonostante l'apparenza dimessa e retro', offre la connessione a internet, wireless e gratuita, ai propri avventori, basta chiedere la password al barista. I muri sono tappezzati di poster, e foto, alcune molto vecchie e con dedica. Da qui sono passate parecchie celebrita'. Ne scorgo una con Pavarotti sorridente, abbracciato ad un uomo con un grembiule bianco. Il tenore e' sulla quarantina in quella foto. E poi foto di Ferlinghetti, Kerouac, Corso. Mi sembra di vederli, intenti a scrivere pagine memorabili tra fumo di sigarette e caffe', seduti proprio a questo tavolo. O forse questo a fianco.

Gli scrittori della Beat Generation che frequentavano il Citylights Book Store di Ferlinghetti, a pochi isolati da qui, ne fecero il loro club. Il Caffe' fu aperto nel 1957 da Giovanni Giotta, un'emigrante di Rovigno. Grazie a lui l'aroma dell'espresso si diffuse per il quartiere. Il caffe' all'italiana divento' un rito quotidiano per una folla sempre piu' vasta, superando presto i confini del "neighborhood" e contagiando tutta la citta'. E cosi' il Caffe' Trieste e' diventato parte della storia di San Francisco. Tra verita' e leggenda, si dice che F.F. Coppola scrisse qui buona parte del copione per Il Padrino.

Di fianco alle vetrate, li' sulla destra, una vecchia cabina telefonica fa bella mostra di se', un altro omaggio a tempi ormai andati. Mi fa pensare a film in bianco e nero, con bar fumosi e cabine come questa, a voci concitate che sussurrano frasi nella cornetta. A gangster movies, dove la cabina si trasforma in rifugio per alcuni e trappola mortale per altri. Mi tornano in mente le vacanze in campagna da bambino, alla vecchia osteria con la cabina del telefono, da dove mia nonna chiamava mia madre per rassicurarla, che si' mangiavo, no, non mi ero fatto male giocando e si', avrebbe chiamato anche domani.
Tempi andati che lasciano un'eco di nostalgia. Meglio tornare nel presente. Mi guardo attorno un'ultima volta, per imprimere i ricordi nella memoria. Mi alzo, saluto e esco nel sole caldo.